Leggere parole léggere 2026-2027

Lettera di presentazione


Un romanzo scritto da ragazzi, una gara di lettura che unisce le scuole

Gentilissima/o Collega,


Che cosa accade quando un gruppo di studenti non si limita a leggere un
libro, ma decide di scriverlo?

E cosa succede quando quel romanzo diventa il cuore di una gara di lettura
capace di coinvolgere centinaia di ragazzi e ragazze di scuole diverse?

È questa la sfida che desidero condividere con Te.

Con entusiasmo Ti presento la

XIII edizione del progetto “Lèggere parole leggère”

, un’iniziativa che, negli anni, ha saputo trasformare la lettura in
un’occasione di incontro, confronto e crescita, creando una rete di
collaborazione tra scuole e facendo della passione per i libri un’esperienza
vissuta insieme.

Dopo dodici edizioni che hanno coinvolto
principalmente gli Istituti dei territori di Castelfidardo
e Osimo, abbiamo scelto di

allargare i nostri orizzonti

, invitando un numero sempre maggiore di scuole a condividere questo
percorso. Il nostro desiderio è costruire una comunità educativa sempre più
ampia, nella convinzione che la collaborazione tra scuole rappresenti uno
dei più efficaci strumenti di crescita per i giovani.

Quest’anno il progetto assume un valore ancora più significativo.

Il romanzo che accompagnerà la gara, Frammenti,
non è stato scelto tra le novità editoriali:

è nato nella nostra scuola

. Alcuni studenti dell’IIS Laeng-Meucci, guidati dalla scrittrice
Francesca Bugiolacchi, hanno dato vita a un laboratorio di
scrittura creativa che, grazie alla collaborazione con il

Gruppo Editoriale ELI

, si è trasformato in una vera pubblicazione.

È un risultato che ci rende particolarmente orgogliosi perché dimostra come
la scuola possa essere non soltanto il luogo in cui si apprendono contenuti,
ma anche uno spazio nel quale i ragazzi scoprono di avere una voce, imparano
ad ascoltarsi e diventano protagonisti di un progetto culturale autentico.

Frammenti racconta il mondo degli adolescenti attraverso emozioni,
relazioni, fragilità, sogni e speranze. È una storia scritta con lo sguardo
di chi vive quotidianamente questa età della vita e, proprio per questo,
capace di parlare ai giovani con autenticità.

La lettura del romanzo rappresenterà il punto di partenza di un percorso che
culminerà in una coinvolgente gara di lettura, costruita
secondo le metodologie della gamification.

Quiz interattivi, prove collaborative e momenti di riflessione guideranno
gli studenti in una competizione nella quale non sarà premiata soltanto la
memoria del testo, ma soprattutto la capacità di comprenderne il
significato, interpretarne i messaggi, confrontarsi e lavorare insieme.

A rendere ancora più coinvolgente la manifestazione sarà la presenza di
Alvin Crescini, esperto nazionale di gamification, che
accompagnerà gli studenti in un evento dinamico e partecipato, dove il
piacere della lettura si unirà all’entusiasmo della sfida.

Con questo progetto intendiamo:

  • promuovere il piacere della lettura attraverso un’esperienza
    coinvolgente;

  • sviluppare competenze di comprensione, riflessione critica e
    argomentazione;

  • valorizzare la creatività e il protagonismo degli studenti;

  • educare all’ascolto, all’empatia e al rispetto dell’altro;

  • rafforzare il dialogo tra le scuole del primo e del secondo ciclo,
    creando occasioni di incontro e collaborazione.

Da tredici anni Lèggere parole leggère dimostra che leggere
può diventare un’esperienza capace di unire, emozionare e lasciare un segno.

Oggi desideriamo condividere questa esperienza con un numero sempre maggiore
di scuole, nella convinzione che la cultura cresca quando viene costruita
insieme.

Saremmo davvero lieti di accogliere il Tuo Istituto in questa nuova
edizione.

In allegato troverai il regolamento della manifestazione e la presentazione
del romanzo con i primi due capitoli, così che Tu e i Tuoi docenti possiate
conoscere più da vicino il progetto.

Ti chiediamo cortesemente di comunicarci l’eventuale adesione entro il
30 settembre 2026, così da consentire una puntuale
organizzazione dell’iniziativa e la distribuzione dei volumi, curata dal
Gruppo Editoriale ELI.

Nell’auspicio di poter condividere insieme questa nuova avventura educativa,
Ti porgo i miei più cordiali saluti.

Il Dirigente Scolastico

Ing. Angelo Frisoli

IIS “Laeng-Meucci” – Osimo-Castelfidardo

Referenti del progetto

Prof. Gabriele Calducci

Prof.ssa Anna Debellis

REGOLAMENTO

Gara di Lettura “Lèggere parole leggère” – XIII Edizione

Anno scolastico 2026/2027

Art. 1 – Finalità

La Gara di Lettura costituisce la fase conclusiva del progetto

“Lèggere parole leggère”

, promosso dall’IIS Laeng-Meucci di Osimo-Castelfidardo.

L’iniziativa intende promuovere il piacere della lettura attraverso
un’esperienza coinvolgente che valorizzi la comprensione del testo, il
confronto tra pari, il lavoro di squadra e la riflessione critica.

L’edizione 2026/2027 presenta una significativa novità: il testo della
competizione è il romanzo Frammenti, scritto da un
gruppo di studenti dell’IIS Laeng-Meucci nell’ambito di un
laboratorio di scrittura creativa guidato dalla scrittrice

Francesca Bugiolacchi

e pubblicato dal Gruppo Editoriale ELI.

Art. 2 – Destinatari

Possono aderire al progetto:

  • le classi terze delle Scuole Secondarie di Primo Grado;

  • le classi prime delle Scuole Secondarie di Secondo Grado.

Ogni Istituto individua un docente referente che curerà i rapporti con
l’organizzazione.

Art. 3 – Iscrizione

L’iscrizione avviene mediante compilazione del modulo online disponibile sul
sito dell’IIS Laeng-Meucci oppure tramite il link dedicato.

Termine ultimo: 30 settembre 2026.

All’atto dell’iscrizione dovranno essere indicati:

  • scuola partecipante;

  • docente referente;

  • recapiti del referente;

  • classi partecipanti;

  • numero complessivo degli studenti.

Art. 4 – Percorso di lettura

Il romanzo Frammenti rappresenta il testo comune
dell’edizione. In anteprima, segue la quarta di copertina, dove è presente
la sinossi, e a seguire, in allegato i primi due capitoli.

Le classi avranno a disposizione il periodo compreso tra

novembre 2026 e gennaio 2027

per la lettura e gli eventuali approfondimenti didattici.

Ogni docente potrà organizzare liberamente attività di confronto,
laboratori, dibattiti o percorsi interdisciplinari collegati alla lettura.

Art. 5 – Modalità di svolgimento

La gara si svolgerà secondo due possibili modalità.

A. Accesso diretto

Qualora il numero complessivo degli studenti iscritti non superi le
500 unità
, tutte le classi accederanno direttamente alla Finale.

B. Selezione preliminare

Qualora gli iscritti superino le 500 unità, verrà
organizzata una fase eliminatoria online.

Accederanno alla Finale le

prime due classi classificate di ciascun Istituto

.

La sede e la data della Finale saranno comunicate tempestivamente alle
scuole partecipanti.

Art. 6 – Struttura della gara

La competizione sarà realizzata attraverso strumenti digitali e metodologie
di gamification, con classifiche aggiornate in tempo reale.

Le prove potranno comprendere:

  • domande a risposta multipla;

  • riconoscimento di personaggi e citazioni;

  • ricostruzione di sequenze narrative;

  • quesiti di comprensione;

  • collegamenti interdisciplinari;

  • prove collaborative;

  • domande di riflessione e interpretazione.

Le modalità operative saranno illustrate prima dell’inizio della
competizione.

Art. 7 – Criteri di valutazione

La valutazione terrà conto di:

  • conoscenza del romanzo;

  • comprensione e interpretazione del testo;

  • capacità di collegamento e riflessione critica;

  • collaborazione all’interno della squadra;

  • correttezza e tempestività delle risposte.

La Commissione potrà attribuire punteggi aggiuntivi per particolari prove o
attività previste dal format della gara.

Art. 8 – Commissione

La Commissione sarà composta dai referenti del progetto e da esperti
individuati dall’Organizzazione.

Faranno parte della Commissione, tra gli altri:

  • Francesca Bugiolacchi;

  • rappresentanti del Gruppo Editoriale ELI;

  • studenti autori del romanzo;

  • altri esperti nominati dall’Organizzazione.

La Commissione sovrintende al regolare svolgimento della competizione e
determina la classifica finale.

Art. 9 – Premi

Saranno assegnati:

  • Premio alla Classe Campione.

  • Premio allo studente “Dito più veloce”, autore
    della migliore performance individuale nei tempi di risposta.

L’Organizzazione potrà attribuire ulteriori riconoscimenti speciali relativi
a:

  • spirito di squadra;

  • capacità argomentativa;

  • originalità delle riflessioni;

  • particolare valore educativo.

Tutte le classi partecipanti riceveranno un attestato di partecipazione.

Art. 10 – Quota di partecipazione

La partecipazione prevede esclusivamente l’acquisto del romanzo

Frammenti

, al costo di € 7,70.

La distribuzione dei volumi sarà curata dal

Gruppo Editoriale ELI

.

Le spese di trasporto per raggiungere la sede della Finale restano a carico
delle scuole partecipanti.

Art. 11 – Comportamento durante la gara

Durante la competizione gli studenti dovranno mantenere un comportamento
corretto e collaborativo.

Non è consentito utilizzare telefoni cellulari, dispositivi elettronici o
materiali non autorizzati, salvo diversa indicazione dell’Organizzazione.

Art. 12 – Comunicazioni

Ogni comunicazione ufficiale sarà inviata esclusivamente al docente
referente dell’Istituto.

Art. 13 – Trattamento dei dati personali

I dati personali saranno trattati esclusivamente per finalità organizzative,
nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati
personali.

Art. 14 – Disposizioni finali

L’Organizzazione si riserva la facoltà di apportare eventuali modifiche
organizzative che si rendessero necessarie, dandone tempestiva comunicazione
alle scuole.

L’iscrizione comporta l’accettazione integrale del presente regolamento.

Referenti del progetto

Prof. Gabriele Calducci

Prof.ssa Anna Debellis

IIS Laeng-Meucci – Osimo-Castelfidardo

Iscrizioni


https://bit.ly/IscrizioneLèggereParoleLeggère

ALLEGATO


Gruppo editoriale ELi e Istituto di Istruzione Superiore Laeng – Meucci
di Castelfidardo

Frammenti

Soggetto, editing e redazione: Francesca Bugiolacchi


Bozzetti dei capitoli 2, 5, 9, 10, 13: Aura Pierdicca


Progetto grafico e studio iconografico, colorazione e copertina: Carla
Manea


Responsabile di produzione: Francesco Capitano Impaginazione: Curvilinee

© 2026 La Spiga Edizioni Via Brecce, 100 – Loreto tel. 071 750 701
info@elilaspigaedizioni.it www.gruppoeli.it

Stampato in Italia presso
Tecnostampa – Pigini Group Printing Division –
Loreto – Trevi 26.83.422.0
ISBN 978-88-468-4653-2

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È
vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione
sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione
scritta da parte dell’editore.












PREMESSA

Tutto nasce per caso. O forse no. Nasce dall’ascolto, da quel batti- to
lieve e costante che ci accompagna ogni giorno: quello di chi ci sta
accanto. I nostri studenti. Ragazzi e ragazze con le loro fragilità,
incertezze, cadute, ma anche con una straordinaria capacità di rialzarsi e
sorridere al mondo.

Oggi questi ragazzi prendono la parola, si raccontano, trasforma- no
emozioni in storie e pensieri in voce, si mostrano, guidati e rappresentati
da Gabriele e Anna, i protagonisti del romanzo, – i nomi forse vi suoneranno
familiari! – evocando qualcosa di più profondo, di universale.

Questo libro è un tessuto di racconti, uno spazio di ascolto, un in- vito a
fermarsi, a sentire davvero. Ogni storia qui custodita nasce da un cuore che
batte, che chiede di essere ascoltato.
Le emozioni narrate sono quelle che
si vivono nei corridoi della scuola, quelle cose dette e non dette ma che
sanno farsi ascoltare, superando un confine sottile tra ciò che si vede e
ciò che si intuisce. Vuol dire riconoscere negli sguardi distratti una
domanda inespressa, nei silenzi una storia che chiede tempo, nelle parole
frettolose un bisogno di essere accolti per dare spazio a ciò che non trova
voce. Insegnare è restare, anche quando sarebbe più semplice andare via. È
scegliere di credere nelle possibilità degli altri prima ancora che loro
stessi riescano a farlo. È costruire ogni giorno legami, fatti di pazienza,
errori, tentativi e fiducia.

Perché, alla fine, ciò che resta non è la lezione perfetta, ma quei momenti
imperfetti in cui qualcuno si sente visto davvero.
E così, tra passi che
riecheggiano nei corridoi e parole che restano sospese nell’aria, qualcosa
prende forma lentamente: non si vede, ma cresce. È lì, nei

frammenti

di vita, che nasce davvero un legame.

Grazie a chi ha creduto in questo progetto, al nostro DS, ing. An- gelo
Frisoli, al Gruppo Editoriale ELi, a Francesca, presenza insostituibile, e a
voi ragazzi e ragazze, anima della nostra scelta di vita.

Anna Debellis e Gabriele Calducci

INDICE

Premessa3

Capitolo 1 Euforia 5

Capitolo 2 Anticipazione 13

Capitolo 3 Vergogna 21

Capitolo 4 Frustrazione 27

Capitolo 5 Rimorso 33

Capitolo 6 Ansia 39

Capitolo 7 Paura 45

Capitolo 8 Attrazione 53

Capitolo 9 Confusione 59

Capitolo 10 Sollievo 68

Capitolo 11 Gelosia 75

Capitolo 12 Rabbia 82

Capitolo 13 Fiducia 90

Capitolo 14 Sorpresa 100


Sul set del romanzo 108


Capitolo 1

Euforia

Anna

La porta della mia stanza si apre di colpo e una sagoma scura attraversa
velocemente la camera, scosta la tenda con energia e spalanca la finestra.

La luce mi colpisce in pieno viso. Porto le mani agli occhi ancora socchiusi
e li strofino. L’ombra, ormai, ha preso sembianze molto familiari.

– Mamma, dai…
– Anna, alzati! Ma non hai sentito la sveglia? – sbuffa.
Il
display del mio cellulare si illumina di nuovo: sono già le sette e un
quarto. Lo afferro e, oltre a spegnere la sveglia, tolgo la modalità aereo.
Subito arriva una raffica di notifiche.

Ieri ho postato una foto con Giada e Jasmine. Noi tre, abbracciate, in riva
al mare: un ultimo saluto all’estate. Il post è stato letteralmente virale.

Bene. Si comincia la giornata con il piede giusto. O forse no…

– Questa stanza è un campo di battaglia! – continua mia madre. – Appena
torni a casa metti subito tutto a posto.

Esce dalla mia camera con un’aria da generale sconfitto e io la seguo con lo
sguardo, trattenendo un sospiro.

Ok. Forse ha leggermenteragione. La mia camera non è in condizioni
perfette. Diciamo che sembra il backstage dopo un concerto particolarmente
movimentato. Libri e fogli sparsi sulla scrivania convivono pacificamente
con collane, anelli e orecchini. Qua e là resistono eroicamente un paio di
lucidalabbra e due ombretti aperti. La pila di vestiti sulla sedia, invece,
non è disordine, è arte contemporanea.

Appeso accanto allo specchio, il calendario di Coez mi ricorda la data di
oggi. Il 14 settembre è cerchiato con l’evidenziatore fucsia fluo (perché la
sobrietà non è il mio forte, almeno così dice sempre mia sorella). Tra meno
di un’ora sarò di nuovo tra i banchi del nostro liceo.

La tipica energia da nuovo inizio mi attraversa la schiena come una piccola
scossa. Ma quest’anno c’è un motivo in più per sentirmi così elettrica. E
questo motivoha un nome e un cognome: Andrea Giglio.

Due giorni fa, esattamente alle 21:47, mentre me ne stavo comodamente
sdraiata sul letto a scrollare le foto della giornata, ho ricevuto un
messaggio e per poco non mi cadeva il telefono in faccia. Andrea Giglio. Che
manda un messaggio. A me!

Proprio lui. Il magneticodella H, quello che dal primo giorno in
cui ho messo piede in quella scuola ha avuto un talento naturale nel farmi
girare la testa.

Non che io sia l’ultima ruota del carro, eh. Me la cavo con i ragazzi. Però
mai, dico mai, avrei pensato che la storia con la San- toni (la fidanzata
storica, quella bellissima a cui tutti facevano il filo) potesse finire.

Certo, non è che mi abbia scritto una dichiarazione d’amore sotto forma di
poema epico. Mi ha mandato un semplice: “Ciao, come va?”

Ma diciamoci la verità: tutto inizia sempre da un “ciao, come va?”. No?

Ovviamente non gli ho ancora risposto. Non si può sembrare disponibili al
primo colpo. Un minimo di strategia. Un pizzico di mistero.

E poi, lo ammetto, volevo gustarmi la notizia, assaporarla e camminare con
quell’aria da protagonista di film romantico.

Peccato che Giada e Jasmine mi conoscano troppo bene: sguardo perso nel
vuoto, sorrisi improvvisi, momenti in cui fissavo il nulla con la faccia di
chi sta immaginando il proprio matrimonio. Insomma, era palese. E dopo un
interrogatorio serrato in stile poliziesco, ho dovuto confessare.

Un’altra notifica mi strappa dai miei pensieri: “Che ti metti per il grande
giorno?”

È Giada. Lei sa benissimo che oggi l’aspetto conta più del solito: Andrea
deve avere occhi solo per me.

“Bohhh” le rispondo, allegando almeno dieci emoticon diverse, perché la
confusione va sempre condivisa.

Mi alzo e comincio a tirar fuori roba dalla cabina armadio. Un capo dopo
l’altro. Provo, tolgo, riprovo. Mi guardo allo specchio di profilo. E di tre
quarti. E di nuovo di profilo.

Con questi jeans? No. Troppo banali. Cioè, carini… ma da “primo giorno
qualunque”.

E se mettessi quelli nuovi? Troppo “ci ho pensato per tre ore”. Che poi è
vero, ma non si deve vedere.

Rovisto nel primo cassetto e lancio dietro di me le opzioni più disparate.
L’armadio sembra chiedere pietà… e, onestamente, lo capisco.

– Quindi? Non ho niente da mettermi, come sempre! – sbotto con le mani sui
fianchi. Accenno un sorriso appena disperato, versione attrice da serie tv
per adolescenti.

Sono ancora in pigiama quando mi accorgo che… sono già le sette e
quaranta!

Neanche il tempo di pensarlo che sento mia madre gridare: – Ti aspetto in
macchina!

Corro in bagno, mi lavo faccia e denti in modalità record mondiale.
Colazione? A scuola, ormai. Mi infilo un paio di jeans e una camicia (scelta
lampo, zero ripensamenti) e per una volta non mi guardo nemmeno allo
specchio. Non c’è tempo per le crisi esistenziali.

Un filo di fondotinta, del blush, un tocco di mascara… basta così. O
quasi. Apro la fotocamera del cellulare e mi osservo in primo piano come se
stessi analizzando una scena del crimine. Con il pennello sistemo ogni
minuscola imperfezione. Ok, ci siamo.

Scendo le scale di corsa ed esco con lo zaino in spalla.

In macchina mi devo sorbettare le lamentele di Rebecca, che è convinta che
per colpa mia farà tardi al suo primo giorno di scuola media. Nel frattempo,
scorro le notifiche sul display. Rileggo il messaggio di Andrea (per la
quindicesima volta, ma dettagli) ignorando le centinaia di notifiche sulla
chat di classe. Si stanno già organizzando per i posti a sedere. Ogni anno
la stessa storia: strategie, alleanze, tradimenti. Una specie di seconda
guerra Punica versione terzo liceo. Personalmente passo. Non è ancora
suonata la campanella, lasciatemi vivere nella mia bolla.

Mamma accosta senza intralciare la circolazione e io scendo dall’auto con
uno slancio, come se dovessi prendere la rincorsa per qualcosa di
importante. La saluto con il classico gesto militare, tipo soldato al
colonnello. Lei mi sorride, un po’ distratta, un po’ divertita.

Attraverso il cancello e, appena metto piede nel cortile, mi ricordo il
piano: disinvolta, testa alta, passo sicuro. Devo sembrare quella ragazza un
filo distaccata ma misteriosamente affascinante.

Mentre cammino, sento addosso qualche sguardo che mi squadra dalla testa ai
piedi. Devo ammetterlo: non mi dispiace affatto. Raggiungo Giada e Jasmine
sotto la tettoia accanto all’ingresso, il nostro posto fisso, ufficialmente
non assegnato, ma universalmente riconosciuto come territorio di quelle
“popolari”.
 Intanto, accanto a noi, i nuovi studenti sfilano in gruppo,
spaesati. Sembrano un piccolo gregge capitato nel posto sbagliato. Si
guardano intorno con aria frastornata, inermi e rassegnati al loro destino.

Ogni quaranta secondi circa smetto di ascoltare le mie amiche e mi guardo
intorno, come se fossi io la responsabile della sicurezza dell’istituto.
Tutto sotto controllo, o quasi, perché di Andrea non c’è neanche l’ombra.

Va bene, ce ne faremo una ragione, perché in fondo è solo il primo giorno e,
inoltre, so esattamentedove sarà la sua classe: quest’anno la
quinta H si trova al terzo piano, all’ultima porta del corridoio sulla
destra. Non chiedetemi come faccia a saperlo prima ancora dell’inizio
ufficiale delle lezioni. È sempre bene essere informati: diciamo che si
tratta di semplice cultura generale. Durante la ricreazione potrei capitare
casualmenteda quelle parti, concedendomi un giro esplorativo del
tutto innocente.

Prima di rientrare non può mancare un ultimo selfie, così ci mettiamo in
posa con visi abbronzati, espressioni rilassate e zero tracce di stress,
costruendo quell’illusione perfetta per cui, dopo un’estate indimenticabile,
si sa che arriva sempre il contraccolpo e che la routine può trasformarsi in
una tortura, in un loop infinito… a meno che tu non abbia qualcosa, o
qualcuno, capace di rendere le cose più interessanti.

Il momento malinconico viene spezzato dal suono della campanella. I miei
compagni si precipitano verso l’aula come se non vedessero l’ora di entrare,
rischiando quasi di scivolare nel caos generale, mentre io, al contrario,
aspetto che la folla in modalità panico defluisca per poi avanzare con calma
lungo il corridoio.

Mi affaccio alla porta ed esordisco: – Raga, è qui la festa?

Gabriele sbuffa divertito e mi fa cenno di sedermi dietro di lui, c’è un
banco libero. Entro improvvisando un mezzo balletto ridicolo: un po’ di sano
egocentrismo non ha mai fatto male a nessuno.

– Come andiamo, Gabri? Sono settimane, anzi mesi che non ci vediamo. Dove
eri finito? – gli chiedo con aria curiosa.

– Sai com’è… mare, sole, musica sotto l’ombrellone con i soliti amici… –
distoglie lo sguardo mentre sistema l’orologio al polso. – Insomma, niente
di che. Tu invece? Sembri parecchio abbronzata.

– Più ore al sole che di sonno, lasciamo perdere… – sorrido. – Il meglio
però è stata la compagnia. Ho conosciuto il gruppo di Giada e Jasmine, siamo
usciti un sacco: feste ogni weekend, giornate infinite in spiaggia, risate
epiche. E ho visto spesso anche Luca…

Lo cerco con lo sguardo per salutarlo. È già seduto al primo banco, fissa il
muro davanti a sé. Non sembra esattamente entusiasta di essere tornato tra
noi. Anzi, pare proprio in modalità “non parlatemi fino a giugno”.

Sto per commentare quando un silenzio improvviso taglia il chiacchiericcio
come un interruttore abbassato di colpo.

Sulla soglia appare un professore che non avevo mai visto. Giovane. Ma
giovane sul serio. Quasi più vicino a noi che agli insegnanti.

Gabriele e io ci scambiamo uno sguardo. Lui non smette di fissarlo e mi
sussurra: – È nuovo? Sembra un tipo serio…

– A quanto pare sì.

Nel frattempo ci alziamo in piedi, quasi all’unisono, per educazione più che
per convinzione, e lo salutiamo, mentre lui, senza dire una parola, si
accomoda alla cattedra con una lentezza studiata, come se volesse costruire
da subito una certa suspense.

Noi lo fissiamo curiosi, ma lui sembra altrove, assorto in quello che appare
un problema serissimo, e cioè decidere dove sistemare lo zaino, che prima
finisce sulla sedia, poi sulla cattedra, poi di nuovo sulla sedia e infine
sul pavimento. Alla fine resta lì a guardarlo, come se si aspettasse che
fosse lo zaino stesso a prendere una decisione autonoma.

Indossa una giacca di jeans che non si abbina per niente alla camicia e ai
pantaloni eleganti. Per fortuna, dopo pochi secondi e complice il caldo, se
la sfila con un gesto rapido e la lascia cadere sulla sedia, come se anche
lei, finalmente, avesse trovato il suo posto.

– Sedetevi, ragazzi, sedetevi.

Torniamo tutti ai nostri posti, abbastanza in silenzio. C’è quella strana
curiosità da primo giorno con un professore nuovo.

– Mi chiamo Federico Mazzieri – dice finalmente. – Sono il vostro professore
di Filosofia e Storia.

Mentre parla si gratta la testa sopra l’orecchio, scompigliando ancora di
più i ricci che sembravano già aver perso una guerra.

Poi apre il registro.
– Vediamo se riesco a imparare almeno i nomi… –
mormora. Inizia l’appello. Dopo due minuti ha già sbagliato due nomi. La
classe scoppia a ridere senza troppi complimenti. 
Lui sospira, ma sorride:
– Bene. Almeno so che siete vivi.

Non male come inizio.

È il primo anno che facciamo filosofia, quindi non ho la minima idea di cosa
aspettarmi. Discorsi complicati? Persone con la barba che pensano per ore?

Il prof adesso si siede sulla cattedra in modo decisamente poco elegante,
con una gamba penzoloni.

– Allora – dice – partiamo da una cosa semplice. Che cosa pensate che sia la
filosofia?

Silenzio totale.

Qualcuno guarda il banco. Qualcun altro la finestra. Io fisso la penna come
se potesse suggerirmi la risposta.

Il prof annuisce: – Ottimo. Il silenzio è sempre un buon punto di partenza.

Poi aggiunge: – La filosofia è l’attività dello spirito umano che prova a
rispondere a domande come: perché siamo qui? Che sen- so ha la vita? Cos’è
la felicità? Perché soffriamo? E soprattutto… perché continuiamo a farci
tutte queste domande?

Si ferma un attimo.

– In pratica, la filosofia nasce quando qualcuno decide di non accontentarsi
delle risposte facili.

Il prof scende dalla cattedra e cammina lentamente tra i banchi.

– Quest’anno parleremo di pensatori dell’età classica, idee rivoluzionarie,
domande che hanno fatto discutere l’umanità per secoli… ma non voglio che
resti tutto solo sui libri.

Si ferma e appoggia le mani sul banco davanti a sé.

– Per questo la scuola ha deciso di proporre un progetto un po’ diverso.

Ora sì che l’attenzione della classe si alza.

– Alcuni di voi parteciperanno alla realizzazione di un corto- metraggio
sulle emozioni.

Un brusio attraversa l’aula.
 Il prof alza una mano.
– Prima domanda: sapete
che cos’è un cortometraggio? Qualcuno scuote la testa.

– Un cortometraggio – spiega – è semplicemente un film breve. Una storia
raccontata attraverso immagini, suoni e personaggi, ma che dura pochi minuti
invece di due ore. Nei festival di cinema spesso sono proprio i corti a
sperimentare di più: idee nuove, storie intense, emozioni forti concentrate
in poco tempo.

Si guarda intorno: – Il vostro compito sarà raccontare le emozioni. Non
analizzarle soltanto, ma mostrarle. Attraverso una storia, delle scene, dei
personaggi che sarete voi a ideare.

In fondo alla classe c’è già un vociare di sottofondo.

– La scadenza per presentare il progetto al concorso è fissata per fine
febbraio. Se il nostro cortometraggio verrà selezionato, sarà presentato a
un festival che si terrà a fine maggio a Roma. E lì verrà decretato il
vincitore.

Adesso l’aula esplode davvero.

Un pensiero euforico mi attraversa la testa, rapido e luminoso, e in un
attimo mi vedo già lì, io dentro un cortometraggio, con la sensazione
precisa che potrebbe essere il modo perfetto per farmi notare; e insieme a
quell’immagine, quasi sovrapposta, si fa strada anche un’intuizione più
profonda, difficile da spiegare ma ostinata, cioè che questo progetto sarà
molto più di un semplice film, qualcosa che, in un modo o nell’altro, finirà
per riguardarmi da vicino.

Capitolo 2

Anticipazione

Gabriele

– Dai, che poi ti rimane la testa deformata, scemo.
 Il doc mi strappa le
cuffie come se fossero sue.
 Primo giorno. Ottimo. Se continua di questo
passo, a maggio esplodo.
Riccardo, soprannominato da tutti il
doc
perché ne sa sempre una più degli altri, è pesante. Parla di cose
che conosce solo lui e, se nessuno lo segue, si offende pure. A volte ho
l’impressione che non voglia parlare con qualcuno, ma solo sentire la
propria voce, e questo mi manda fuori di testa, soprattutto quando sono
stanco o ho altro a cui pensare.

Gli riprendo le cuffie senza dire niente, me le rimetto e alzo il volume.
Sono nervoso, ma non ho intenzione di fare una scenata sulla corriera.
Litigare per una cosa del genere, davanti a tutti… rischierei solo di
attirare l’attenzione.

Ho altro su cui concentrarmi: l’annuncio del nuovo prof continua a
rimbalzarmi in testa come una pallina impazzita. Un cortometraggio, un
festival di fine anno a Roma, un festival vero! Mi viene quasi da sorridere,
perché nella mia testa è già tutto montato, ho persino in mente un paio di
pezzi che funzionerebbero perfettamente come colonna sonora e, se chiudo gli
occhi, riesco a sentirli scorrere sopra le immagini come se esistessero già.
E quando penso a queste cose mi dimentico perfino di Riccardo, come se per
un attimo uscisse dall’inquadratura.

Per fortuna lui trova un’altra vittima: si è appena liberato un posto
accanto a Luca e lui ci si fionda. Il doc è uno di quelli che, se intercetta
qualcuno disposto ad ascoltarlo anche solo per educa- zione, non lo molla
più.

Io riesco perfino ad appisolarmi per dieci minuti, il che è strano per me.
Ma il rientro a scuola mi ha distrutto: ore seduto, spiegazioni una dietro
l’altra, la concentrazione che cala ma tu devi resistere. Dopo tre mesi di
libertà è quasi uno shock fisico.

Dopo mezz’ora scendiamo dalla corriera e ci incamminiamo verso casa. La
musica nelle orecchie si interrompe di colpo: “Low battery.”

Perfetto.

Le mie cuffie sono vecchie, l’autonomia è quella che è. Però il suono è
pulito, pieno. Non ne fanno più così, o almeno è quello che rispondo ogni
volta che qualcuno mi dice di cambiarle. Non tutto quello che è nuovo è
meglio.

Mi fermo e frugo nello zaino in cerca del powerbank. Niente. Poi mi ricordo:
papà me l’ha preso stamattina. “Mi serve, devo fare un sacco di chiamate.”
Traduzione: arrangiati.

– Sai che faccio sabato? 
Eccolo…
Sospiro: – Non saprei, doc.
Illuminami.
– Mi guardo la prima amichevole della NBA alle tre di notte, poi
faccio l’alba al mare e…
 Il resto lo perdo volontariamente, so già come
finisce. Il sabato sera Riccardo dorme o gioca ai videogiochi, ma con me e
Luca gli piace gonfiare la realtà. Non capisco perché, non credo ci sia
nulla di male a dire “non faccio niente”, anzi.

– Luca, tu che fai sabato?
– Boh, le solite cose… – risponde lui, veloce.

Luca non è estroverso e per questo agli occhi di molti è “lo sfigato”; però
con me, e con le poche persone che conosce davvero, sa essere brillante,
dice cose a cui gli altri non arrivano. Mi dà fastidio che cambi così tanto
a seconda di chi ha davanti, ma non gliel’ho mai detto. Non è il mio compito
dirgli come stare al mondo. Però… la cosa mi urta.

Mentre camminiamo, vedo scendere da un’altra corriera un gruppo che conosco.
C’è anche Giuseppe, che ha un anno più di me, ma alle medie ci capitava
spesso di tornare a casa insieme, perché le nostre madri si organizzavano a
turni per venirci a riprendere; non siamo mai diventati amici stretti,
questo no, però mi ha passato un paio di libri usati per quest’anno e mi
sembra il minimo fermarmi a ringraziarlo.

– Ohi, Pe. Com’è andata?
– Come vuoi che sia andata… una tragedia.

Parliamo qualche minuto del suo primo giorno di scuola. Nel mentre, si
avvicinano Riccardo e Luca. Non salutano neanche, mi fanno solo cenno di
darmi una mossa.

Dagli amici di Peppe parte qualche risatina.
– Ma perché giri col dottor
so tutto ioe con il vampiro?
Risata generale.
 Non è una
gran battuta. E poi Peppe sa bene chi sono, siamo dello stesso quartiere.
–
Guarda che sono simpatici. Basta conoscerli.
– Se lo dici tu…
 Scrolla le
spalle.
 Saluto tutti, anche quelli di cui non so nemmeno il nome, perché le
convenzioni sociali funzionano così e ti costringono a rispettarle almeno
quel tanto che basta per non sembrare fuori posto; poi raggiungo Luca e
Riccardo, che nel frattempo si sono già allontanati, e Riccardo, come al
solito, sta parlando da solo, immerso in un monologo che non ha bisogno di
pubblico.

Facciamo ancora un centinaio di metri insieme e poi ci salutiamo, con Luca
che si limita a un cenno della testa prima di girarsi ed entrare nel suo
portone, mentre il doc prende la direzione opposta alla mia.

Quando arrivo davanti al cancello di casa ho un pensiero pessimo: la
serratura è difettosa. Non funziona da un paio di mesi e nessuno ha ancora
trovato il tempo di farla sistemare. Metto la mano nella tasca destra dei
pantaloni per cercare le chiavi dell’entrata secondaria. Proprio mentre lo
faccio mi torna in mente l’immagine della mia scrivania stamattina. Le
chiavi sono rimaste lì. Non controllo neanche lo zaino, lo so e basta.

Quindi non mi resta che scavalcare il cancello, anche se nel farlo la mia
amata T-shirt dei The Cure si impiglia negli spuntoni, e mentre provo a
liberarla piano, con una cautela inutile, sento il tessuto cedere e
strapparsi un po’. Pazienza. In fondo è vecchia e i miei da un anno ripetono
che dovrei buttarla. Evidentemente stava aspettando proprio questo momento
per arrendersi del tutto.

Prima di entrare mi fermo. Da dentro casa arrivano delle voci e il cuore mi
parte subito a mille. Non sarebbe una novità: i ladri sono già entrati qui e
l’ultima volta ero solo in casa, ricordo ancora il momento preciso in cui è
scattato l’allarme, una fotocellula in giardino, loro che scappano e io che
cerco un posto dove nascondermi, senza sapere davvero dove andare. Resto
qualche secondo con l’orecchio vicino alla porta e, infine, realizzo.

Entro.

La televisione è accesa e trasmette le previsioni del tempo. Sta- mattina mi
sono dimenticato di spegnerla, ecco come è andata. Perfetto. Per fortuna non
si è accorto nessuno, papà rientrerà solo stasera.

Mi tolgo le scarpe e alzo lo sguardo. La casa è un caos: piatti da lavare
accumulati nel lavandino, il tavolo ancora mezzo apparecchiato dalla
colazione, magliette e pantaloni da stirare buttati sulle sedie, documenti
di mio padre aperti sul tavolo del salotto.

Resto fermo un attimo a guardarmi intorno, sembra quasi la casa di qualcun
altro.

Sospiro, come per rimettere ordine almeno ai pensieri, e prendo il
telecomando per cambiare canale. Metto quello dei video- clip, più per avere
un sottofondo che per ascoltare davvero qualcosa. Mentre scorro le immagini
alla ricerca del video giusto, il telefono vibra e riconosco subito la
suoneria dei messaggi di papà. Mi scrive che mi ha lasciato qualcosa per
pranzo e indovino senza difficoltà di cosa si tratta, la solita pasta
precotta in frigo. La scaldo quasi per inerzia e ne mangio qualche
forchettata, finché, a metà piatto, la fame semplicemente è passata.

Spengo la TV, rendendomi conto solo in quel momento che, in realtà, non ho
ascoltato neanche una canzone.

Quando entro in camera mia, mi sento subito più tranquillo. L’aria della mia
stanza è diversa dal resto della casa: sa di cartone, plastica e fili
elettrici. Un odore fermo, familiare. Inspiro piano… qui posso respirare.

I vinili sono ammucchiati contro il muro in pile storte, come torri che
resistono per miracolo. Le copertine mi fissano: facce sbiadite, angoli
consumati. Le riconosco una per una. Le ho toccate così tante volte che
potrei trovarle anche al buio.

Sul pavimento i cavi si intrecciano come serpenti neri. La mamma dice sempre
che prima o poi qualcuno si farà male. Ci è inciampata almeno due volte. Io
no. Io so dove mettere i piedi: mi muovo senza guardare, scavalco, giro
attorno. È un disordine che conosco, è il mio modo di tenere insieme le
cose.

Accendo le casse dello stereo, anche se non ho ancora deciso cosa ascoltare.
È diventato un gesto automatico.

Trovo dei vestiti puliti sul letto e mi cambio. Poi sistemo le persiane fino
a trovare l’angolazione giusta: abbastanza luce per vedere dove metto i
piedi, ma non troppa.

Accendo il computer e la prima cosa che faccio è cercare sul web qualche
esempio di cortometraggi, giusto per capire come sono fatti. Trovo anche un
sacco di video sulle emozioni, ma… quasi tutti mi sembrano un po’

cringe

. E anche parecchio superati. Dopo un’oretta di ricerche il cervello si
arrende, sono distrutto.

Spengo il computer e mi lascio cadere sul letto. Con il braccio raggiungo il
pulsante dello stereo: parte Don’t Crydei Guns N’ Roses. Parlare di
emozioni non è facile per niente, è un concetto troppo astratto. Non è come
spiegare una formula o raccontare un fatto.

Le formule tornano, le emozioni no.


E poi ognuno le sente a modo suo.
 Mi viene in mente una scena qui a casa:
mio padre che si dà da fare in cucina, che si mette a cucinare come se lo
avesse sempre fatto, ma lui non ha mai cucinato. Mai. Alla mamma la cosa
farebbe sorridere, a me invece… fa arrabbiare, non so perché.

Stessa scena, due emozioni opposte. Allora, come fai a raccontare l’emozione
“giusta”? Quale scegli? La sua o la mia?

Fisso il soffitto mentre gli accordi di Slash, il chitarrista iconico della
band, entrano piano.

L’emozione di questa canzone però… be’, qui è diverso. È come se qualcosa
fosse stato deciso prima. Come se chi l’ha scritta avesse scelto esattamente
dove voleva portarti, cosa farti sentire in quel punto preciso. Non è
casuale. Adesso a me fa sentire malinconico. Non triste in modo netto…
direi più nostalgico. Come se stessi pensando a qualcosa che non è ancora
successa ma che so già che potrebbe succedere e che… mi mancherà.

E non credo sia solo una mia impressione: il ritornello sale apposta, le
parole sono lì apposta. Qualcuno ha costruito questa sensazione.

Mi sollevo sui gomiti.

E se il cortometraggio parlasse di questo? Non delle emozioni in generale,
che sono confuse e diverse per tutti, ma di come la musica o un film
riescano a guidarle. A farci sentire, per qualche minuto, dentro la stessa
direzione.

Questa sì che è un’idea. Forse al prof potrebbe piacere davvero… cavolo,
adesso non vedo l’ora che arrivi la prima riunione per spiegarla a tutti!

Un rumore che conosco bene mi strappa via da quel pensiero e mi fa scattare
in piedi, così vado ad aprire la porta e Freddie entra come un proiettile,
attraversa la stanza e salta sul letto con la sicurezza di chi sa
esattamente dove deve stare per prendersi un po’ di coccole. Lo accarezzo
per un po’ e poi lo lascio lì, acciambellato, mentre vado a sdraiarmi per
terra, sul tappeto: la mamma odia quando lo faccio, ma guardare il soffitto
così, dal basso, mi dà un sollievo difficile da spiegare, come se cambiasse
la distanza tra me e tutto il resto.

Sono ancora lì disteso, finalmente senza pensieri, quando il telefono vibra
sul comodino e mi fa prendere un colpo. Mi alzo e lo afferro. È un messaggio
da un numero sconosciuto: “Grazie per oggi… Luca”.

Resto fermo qualche secondo, non tanto per il contenuto in sé quanto perché
è la prima volta che Luca mi scrive e probabilmente lo sa anche lui, visto
che si è persino firmato. E la cosa più assurda è che non ho nemmeno il suo
numero salvato, per cui rimedio subito aggiungendolo in rubrica.


Poi, però, rileggo il messaggio e mi accorgo di non avere la minima idea di
che cosa rispondere, soprattutto perché non ricordo di aver fatto o detto
niente di speciale. Il mio cervello, che in questo momento vuole solo
dormire, propone la soluzione più semplice: non rispondere. Se Luca
attaccasse a scrivere rischieremmo di stare qui un’altra ora. E poi… che
cosa dovrei dirgli?

Spengo il telefono.

Però, appena chiudo gli occhi, quel messaggio mi torna in mente.

Ripercorro la giornata: la corriera, il doc che parlava senza sosta, la
strada verso casa, l’incontro con Peppe.

Niente. Niente che mi sembri così importante. Forse per me no, ma magari per
lui sì. In fondo, Luca è uno che parla poco, ma osserva molto. Ho sempre
avuto l’impressione che dia più peso alle parole rispetto alla maggior parte
delle persone.

Con questo pensiero che mi gira in testa chiudo gli occhi e l’ultima cosa
che sento è Freddie che si accoccola vicino alle mie gambe.